Le primarie del PdL. Ok, ma i soldi?

FundraisingA partire dalla sconfitta del centrodestra nelle scorse amministrative è partito un dibattitto sulla democrazia interna del Popoli della Libertà, e in particolare sulla necessità o meno di istituire delle elezioni primarie.

Semplificando le diverse posizioni, e precisando che le primarie con iscritti e più candidati non sono altro che congressi (il che sarebbe già un passo avanti, rispetto alla situazione attuale): da un lato ci sono gli esponenti politici che le rifiutano in toto, oppure che hanno intenzione di proporle – anche attraverso disegni di legge che, se approvati, le renderebbero obbligatorie per tutti i partiti – ma solo per le cariche monocratiche o per i dirigenti locali – quindi di fatto escludendo la possibilità di rimettere in discussione la leadership di Silvio Berlusconi e delle più alte cariche del partito, dove invece sta la ciccia del problema di questo partito. Dall’altro lato ci sono alcuni giornalisti e soprattutto molti simpatizzanti e militanti di centrodestra sul web che chiedono semplici primarie aperte all’americana che rimettano in discussione tutto, Berlusconi compreso.

Come la penso io sulla leadership del PdL l’ho già scritto: prima Berlusconi, e molti ministri ed importanti esponenti, lasciano la guida del paese e del partito, meglio è. Penso che sia condizione necessaria perché molti come me, ormai molto lontani dal centrodestra com’è oggi, tornino ad interessarsene e, se possibile, inizino a parteciparvi. Penso inoltre che la proposta di regolamento del Foglio sia perfetta. Voglio inoltre segnalarvi questo articolo di Simone Bressan, pubblicato anche sul Tempo, su cui ho da fare – e ho fatto – un solo commento, cioè che al ragionamento che viene esposto sulle primarie, bisogna però associarne un altro, cioè quello del finanziamento del partito, perché a mio avviso ci sono due ordini di problemi di cui tenere assolutamente conto: in primo luogo, è necessario sapere qual è grosso modo la quota delle spese del partito o per attività ed eventi collegati al partito pagate direttamente da Silvio Berlusconi, e quale è pagata invece dal tesseramento, dai contributi volontari, dai contributi dei parlamentari, dai rimborsi elettorali, o da altro. In secondo luogo bisogna iniziare a capire cosa pensiamo e vogliamo fare di un’idea “americana” come il fund raising, o di altre questioni come una maggiore detraibilità del contributo politico e il suo limite di valore, il regime speciale di finanziamento ai singoli candidati, e i meccanismi (ora scandalosi) di rimborso elettorale.

Io non voglio essere né maligno né pessimista, ma nella mia mente c’è il seguente worst-case scenario: si fanno le primarie, Berlusconi le perde, e per qualsiasi motivo decide di chiudere la borsa e il partito finanziariamente va gambe all’aria. Questo è un problema che bisogna porsi, realisticamente parlando.

Concludo segnalando la risposta di Simone:

Se così fosse (e mi sa tanto di sì) significherebbe che questo partito è diventato proprietà intellettuale e non del Premier. Però abbiamo visto che i movimenti stanno in piedi in molti paesi del mondo senza tycoon disposti a metterci denaro proprio. Partiamo da lì: dal fundraising, dai versamenti per le primarie e da un minimo di competizione. Anche i partiti imparino a stare sul mercato come fanno aziende, associazioni culturali, fondazioni.

Oltre a non poter che essere assolutamente d’accordo, dico che questo metodo – quello di parlare dei soldi con realismo e trasparenza allo stesso tempo – è anche il migliore per combattere i populismi e la demagogia grillina che sempre più spazio stanno prendendo nella vita pubblica di questo paese.

Le primarie del PdL. Ok, ma i soldi?

La capziosità di Ferrara su D’Alema

Giuliano Ferrara conduce Radio LondraNell’ultima puntata di Radio Londra Giuliano Ferrara ha attaccato Massimo D’Alema, reo di aver dichiarato – stando alla nota del Pd in mano al conduttore ma diversamente da quanto riportato dalle agenzie di stampa – che nei prossimi 15 anni l’Italia avrà bisogno di 30 milioni di immigrati. Già detta così, la frase sembra talmente inverosimile da sembrare più frutto di un lapsus che di altro. In realtà, è solamente un errore dell’ufficio stampa del Pd: basta andare al secondo minuto del video dell’intervento di D’Alema ad un convegno del suo partito per sentire l’ex premier parlare di Europa e non di Italia. Quindi, a differenza della nota presa erroneamente per buona da Ferrara, stiamo parlando di 30 milioni di immigrati in Europa in 15 anni. E’ così criticabile questa cifra?

Fate conto che l’Unione Europea oggi ha una popolazione di 500 milioni di persone e l’Italia di 60 milioni, cioè il 12% dell’Ue. Ora rapportiamo quei 30 milioni di sopra alla popolazione italiana: stiamo parlando di 2 milioni l’anno in Europa, e il 12% di questa cifra – la quota italiana senza contare variazioni demografiche interne, trend del tasso d’immigrazione ecc. – è di 240mila immigranti l’anno per l’Italia. Vi sembra tanto? Bene, allora andatevi a leggere gli indicatori demografici dell’Istat pubblicati due mesi fa: il saldo migratorio netto con l’estero del 2010 rispetto all’anno precedente è di 365mila nuovi soggetti (nel 2009 il saldo era stato di 362mila, nel 2008 di 454mila, tanto per considerare solo gli anni del leghismo regnante al Viminale), cioè un numero maggiore della terribile, anzi – per ricollegarci al leit motiv della puntata di Giuliano Ferrara di ieri sera – paurosa stima dei 240mila calcolati a partire dalla cifra di D’Alema. Stiamo parlando di quelli registrati, regolari, e a quelli ci dovete aggiungere quelli clandestini, in nero.

Quindi, è probabile che la previsione di D’Alema – in realtà non è sua, ha citato uno studio europeo – sia addirittura al ribasso e niente affatto scandalosa, e si può con tutta tranquillità dire che ieri Ferrara ha dedicato il pistolotto finale della sua ben retribuita puntata di Radio Londra ad una cosa falsa. O ha parlato senza cognizione di causa, oppure ha ingannato i suoi spettatori. E comunque sia, visto che ama chiedere le scuse altrui, che si scusi lui, una volta tanto, di quello che dice in tv.

La capziosità di Ferrara su D’Alema

Sarkowar

SarkoMetto insieme un po’ di pensieri sull’attacco alla Libia, alcuni dei quali scritti qua e là sul web: dobbiamo, innanzitutto, tenere in mente un punto di vista generale e uno italiano. In generale: è giusto intervenire – in un contesto in cui i popoli si ribellano i regimi – laddove, per una volta, il regime sta vincendo sul popolo (o sui ribelli, o come vogliamo chiamarli)? Dal punto di vista umanitario quasi sicuramente sì, dal punto di vista "realista" non saprei (anche perché non mi sono mai convertito al cosiddetto realismo, come altri sembrano aver fatto dai tempi dell’intervento in Iraq). I dubbi sul "come" intervenire sono un altro discorso.

Come Italia: o fin dall’inizio, cioè un mese fa, dicevamo che Gheddafi non si tocca, fanculo la libertà, a noi interessa la stabilità, il petrolio e lo stop ai migranti, che sarebbe stato un filino spregevole ma almeno chiaro e coerente con gli ultimi anni (e in linea con i vari Putin, Chavez e compagnia bella, questo bisogna pur dirlo), oppure si mollava subito Gheddafi e magari il ruolo non dico di capofila alla Sarkò, ma di protagonista per una giusta causa agli occhi dell’opinione pubblica l’avremmo avuto anche noi. Io avrei seguito la seconda linea, la prima linea non l’avrei condivisa ma almeno capita, e invece sappiamo tutti che superprudenti come siamo stati non è che abbiamo fatto una gran bella figura (né abbiamo curato i nostri interessi). E per questo non dobbiamo mica prendercela con Sarkozy ma solo col nostro governo.

Detto ciò, i problemi sul come portare avanti questa guerra rimangono intatti: mi sono fatto l’idea che forse si sia intervenuti tardi (Gheddafi è già a Bengasi e, pare, abbia grosso modo il controllo di Misurata – città importante per via della propria posizione nel golfo della Sirte e non lontano da Tripoli) e, conseguentemente, male. C’è però da aggiungere che il tempo di reazione della nuova edizione della coalizione dei volenterosi ha avuto un tempo di reazione di 28 giorni: per fare un paragone, il tempo trascorso tra gli attentati dell’11 settembre e l’invasione dell’Afghanistan è stato di 24 giorni. Ad ogni modo, quello che intendo dire – seppure mai abbia pilotato un aereo da caccia, e penso che mai lo farò – è che come dal cielo si riescano a proteggere gli insorti nell’ambito di una guerriglia urbana non lo capisco proprio – sarà una mia mancanza, chissà. Questo mostra tutta l’inefficacia e, forse, l’ipocrisia, dell’ultima risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu: prevedo che tra un po’ di tempo ci si renderà conto che l’obiettivo politico – palesemente dichiarato da Francia, Stati Uniti e Regno Unito – di rovesciare il regime di Gheddafi e della sua famiglia si possa ottenere militarmente solo via terra, creando il problema, inedito, di grandi potenze occidentali che violano una risoluzione Onu (visto che l’intervento terrestre è l’unica cosa sostanzialmente proibita, mentre tutto il resto, qualsiasi cosa dicano gli oppositori della guerra, è sostanzialmente permesso). Figuriamoci quanto grande potrebbe essere questo problema diplomatico se di mezzo ci fosse la Nato. E’ comunque probabile che stia vaneggiando, il tempo dirà se e quanto.

Sarkò l'americanoUn altro appunto: leggevo sul Giornale "Occhio agli estremisti". Ora provate a immaginare cosa sarebbe successo se gli angloamericani avessero mostrato questa cautela in Italia 68 anni fa pensando ai comunisti filosovietici presenti tra i partigiani.

Infine: l’unico punto che veramente comprendo delle critiche all’intervento alleato in Libia è quello che riguarda le intenzioni francesi. C’è da dire che Parigi nell’ultimo mese è sempre stata in prima linea nelle critiche a Gheddafi, e che in Francia sembra comunque esserci un largo movimento di opinione a favore dell’intervento umanitario. L’intervento umanitario, come criticato da Giuliano Ferrara ieri (sì, lo stesso Giuliano Ferrara che pochi anni fa sul Foglio faceva pubblicare articoli di approfondimento e di elogio sul nuovo fenomeno francese della destra postchiracchiana di Sarkò l’americain), almeno quello svolto senza un piano postbellico, non è – per fare un esempio – come la criticata e criticabilissma dottrina neocon di rovesciamento dei regimi più pericolosi del medio Oriente per creare dei stati democratici e perciò stesso pacifici, e una reazione a catena per spazzare via tutta una serie di regimi al fine di rendere la zona più stabile, più propensa al dialogo e più sicura per gli Stati Uniti (tralasciando l’insignificante particolare delle armi di distruzione di massa). Nel nostro caso si va in Libia perché c’è un popolo che insorge e un tiranno che massacra: e poi? A questo poi bisogna pensarci, oltre a coordinare meglio questo intervento con la Nato, facendo in modo che diventi efficace e che raggiunga il suo obiettivo di appoggiare la vittoria dei ribelli sul regime.

Che poi, alcuni, oggi cerchino di argomentare il retropensiero di una guerra fatta dalla Total, beh, è interessante antropologicamente perché magari qualche anno fa ignoravano bellamente le accuse riguardanti Halliburton o le compagnie petrolifere americane, e soprattutto in quanto retropensiero non fa altro riferimento che a un complotto, e a tal punto ci si ritrova in un baleno nelle braccia di Giulietto Chiesa. Fate attenzione.

Sarkowar

Berlusconi e la formica-cicala

Questo articolo è stato pubblicato inizialmente su Novamag.it l’11 dicembre 2008.


 

«Un imprenditore ha il dovere dell’ottimismo», così urlava Silvio Berlusconi – era la campagna elettorale 2006 – durante il famoso convegno di Confindustria, in cui gli imprenditori cercavano, in due giorni, di capire i programmi economici del Cavaliere e del suo sfidante, Romano Prodi. Di fronte a Berlusconi, i grandi industriali rimanevano perplessi, Della Valle era infuriato, mentre i piccoli imprenditori, forzisti fino al midollo per semplice fatto naturale, rendevano ricche le loro estetiste spellandosi le mani dagli applausi.

Spostiamoci al novembre 2008, e il ritornello sembra il medesimo: i giornali e la tv pubblica deprimono il paese, bisogna spendere per tenere in piedi l’economia, ci vuole ottimismo. Per giunta, nel 2001, al primo calciomercato della legislatura, Berlusconi comprò per il Milan Rui Costa e Inzaghi (l’anno dopo Nesta e Rivaldo); quest’anno è arrivato Ronaldinho. Sembra tutto uguale, ma non lo è.

Campagna elettorale 2008, Berlusconi è serio, si sbilancia poco («non metterò le mani nelle tasche degli italiani», promessa che risulta meno esaltante dello storico “Meno tasse per tutti” del 6×3 di sette anni fa), tiene i toni bassi con Veltroni, sa benissimo che i due anni di lieve crescita stanno finendo, e il ciclo tornerà a scendere. Chiamala sfiga, ma il ciclo da lì in poi scenderà parecchio -così come la temperatura dei rapporti con l’opposizione.

Le proposte economiche berlusconiane sono cambiate, e si vede: dalla flat tax di alcuni settori forzisti del ‘94, al taglio Irpef da 11,5 miliardi del quinquennio della Cdl, non c’è paragone con le magre concessioni odierne, siano esse tagli agli straordinari o abolizione totale dell’Ici sulla prima casa.
La Berlusconomics a pochi giorni dal 2009 è striminzita, rattrappita, mostra i segni del tempo: il rigorismo tremontiano assomiglia tanto a quello di Visco e Padoa Schioppa; l’ideologia del partito non è l’entusiasmo del brianzolo rampante, ma i toni bassi di Tremonti; cinque anni fa si tagliava la tassa sul reddito alle fasce più basse della popolazione (e finì tutto in risparmio, e addio effetti positivi sull’economia), oggi si regala la social card da quaranta euro mensili e si fanno convenzioni con banche e supermercati.
Certo, rimangono gli strali contro la Cgil (e al premier si associano numerosi ministri, ma non quello dell’Economia, guarda il caso), le telefonate in tv contro i giustizialisti, e le solite ombre di conflitto d’interessi – e questo porta l’antifiscalista Silvio a tassare il suo maggiore concorrente privato. Abbiamo visto, però, che alle solite parole seguono fatti differenti: quali ipotesi avanzare, a questo proposito?

Berlusconi, in passato, è già stato scottato dai suoi modi spicci (o simil-spicci): liti con Fini, con Follini, con Casini, di nuovo con Fini, e Cofferati che va in piazza, e gli altri sindacati che tornano tra le braccia della Cgil, fino a vedere gli italiani preferire (seppur per soli 25mila voti) il cuneo fiscale al suo indomito istinto anti-tasse, tutte e per tutti.
C’è da considerare l’età, poiché anche il premier, nonostante il parere contrario dell’on. Scapagnini, appartiene al genere umano. Ci sono anche fattori politici di più alto livello: il ruolo di ideologo assunto da Tremonti porta, probabilmente, il superministro ad avere una maggiore autonomia dal Cavaliere nella gestione dei cordoni della borsa (e c’è da considerare che il tributarista di Sondrio ha sempre incarnato una personalità indipendente, in Forza Italia; ora il suo ruolo risulta maggiorato, secondo la nostra ipotesi). Sarà che i rigurgiti socialisti del suo governo sono usciti fuori (Brunetta, Sacconi, Frattini, lo stesso Tremonti), e certe parole d’ordine non possono reggere più di tanto. Sarà anche – e questa è l’ultima ipotesi che azzardiamo – che il capo del governo ha sbattuto la faccia di fronte alla realtà; rimane però, ad ogni modo, una certa ambiguità: l’Italia formica si rialzerà perché risparmia, ma deve farlo spendendo – questo è il Silvio-pensiero espresso in una settimana.

E’ una lettura della realtà, seguita da una dichiarazione di intenti. E’ la ragione empiricamente fondata che sbatte contro l’ottimismo della volontà, non riguarda solo l’annosa lotta di Berlusconi contro le self-fulfilling prophecies, e l’unica vittima di questa dinamica non sono solo il premier ed il suo ideologo.

Si può leggere, ad esempio, Il Foglio, che sta subendo una sorta di avvitamento – o meglio, non il quotidiano, ma il suo direttore Giuliano Ferrara, impantanato nelle sue battaglie culturali, avvitato su alcuni temi che certe volte, al lettore attento degli articoli ferrariani, potranno apparire noiosi anche per chi ne sta scrivendo. In altri termini, per i foglianti l’antistatalismo del Cav. ha fatto il suo tempo. Non serve avere la memoria lunghissima per ricordare l’intervento dell’autunno 2005 di Berlusconi, proprio sul Foglio, quando duellava con gli alleati per il taglio delle tasse: la teoria era una e semplice, cioè deficit spending. Oggi, rigore, rigore, rigore.
Anche Oscar Giannino, su Libero, si è lanciato per mesi nella difesa dell’operazione Cai che, stando al suo credo ultraliberista, dovrebbe risultare fastidiosa, se non altro per l’intervento della mano ben visibile dello stato; solo alla fine dei giochi la campagna del principale giornalista economico di Libero ho mostrato flessioni, perché frenata dal dubbio; prima, nisba.

Per tornare a Berlusconi, non si contano più i telefonini, le lavatrici, le televisioni degli italiani: si è creato uno scontro tra due visioni, il “penso positivo” silviesco e il gelo dell’animo e del portafoglio di questo fine 2008. Non è più la teoria economica il lato attraente del berlusconismo, il fascino della sua ideologia risiede ormai nel cuore, non più nel portafoglio (che, ben riempito, può arrivare a pesare più del cuore stesso).

Tutto questo è colpa della crisi, bellezza. Potrebbe anche influenzare il futuro mega-partito di centrodestra che sta per nascere, e sarebbe importante nel futuro delle dinamiche politiche e politologiche di questo paese. Qualcosa è cambiato, lo abbiamo notato, e ci si può fare ben poco. Anche se ci si chiama Silvio Berlusconi.

Berlusconi e la formica-cicala