Il vincolo di mandato e la democrazia di Grillo e Casaleggio

Gianroberto CasaleggioNon è certo una novità la critica odierna di Beppe Grillo all’articolo 67 della Costituzione, che recita: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Già più volte l’ex comico aveva definito i parlamentari dei dipendenti e dei candidati del Movimento 5 stelle come dei portavoce, ora è arrivata la teorizzazione dell’abolizione del divieto di vincolo di mandato del parlamentare.

Per quanto il voto alle liste grilline sia ascrivibile a diverse istanze (dal cosiddetto voto di protesta dovuto a una sfiducia generale nel sistema dei partiti e dalla crisi economica e sociale dell’Italia fino a particolari sensibilità nei confronti di precisi punti del programma del M5s e altro ancora che non stiamo qui a discutere), è con le proposte politiche dei suoi eletti e, soprattutto, dei suoi leader Grillo e Casaleggio che bisogna fare i conti. Chiunque segua gli scritti e le dichiarazioni pubbliche dei due (nonché certi video apocalittici prodotti dalla società del secondo), sa di avere a che fare con una radicale, differente concezione della democrazia, che implica, tra le altre cose, l’abolizione del divieto di vincolo di mandato di cui Grillo ha scritto. Cos’è, però, questo divieto?

E’ un istituto presente in pressoché tutte le democrazie rappresentative da secoli. Come descrive bene Bernard Manin (in Principes du gouverement représentatif, 1995), sono rari i tentativi, riusciti o abortiti, di abolire questo divieto: nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo erano i radicali – movimento a sinistra dei liberali dell’epoca – a proporre il vincolo di mandato, ma più come un espediente per ridurre la durata del mandato parlamentare (all’epoca settennale) che per reale convinzione (infatti Jeremy Bentham era favorevole al divieto, piuttosto sottolineava l’importanza della facoltà del cittadino di non rieleggere un candidato e la necessità di mandati parlamentari più brevi). In America settentrionale, ad esempio nel New England, per alcuni anni a cavallo della rivoluzione americana fu inserito tale mandato come norma costituzionale. In Francia, invece, il mandato imperativo era presente negli Stati generali dell’eraa assolutista, mentre non ebbe successo il tentativo dei sanculotti di introdurlo anche nella Francia rivoluzionaria.

Dal punto di vista teorico, il vincolo di mandato si scontra con alcune implicazioni di tipo pratico: ad esempio, non fornisce alcuna indicazione sull’atteggiamento da adottare di fronte o ad atteggiamenti imprevisti o addirittura imprevedibili. In secondo luogo, per quanto si possa cercare di proporre un programma preciso e dettagliato in campagna elettorale (e si badi che non è il caso nemmeno del Movimento 5 stelle, che invece in molte sue proposte è vago o utopico) molto probabilmente rimarrà sempre un numero di variabili tali da lasciar spazio sia all’interpretazione libera dell’eletto, sia ad una, restrittiva e col rischio di essere politicamente orientata, del vincolo. Infine: chi controlla il rispetto del vincolo?

Tra l’altro, la tensione che esiste tra la concezione della rappresentanza parlamentare come un mandato in senso stretto, cioè con punti noti ex ante e da rispettare ex post, e quella che vede il rappresentante come un fiduciario è caratteristica dell’elaborazione teorica nonché della pratica parlamentare democrazia rappresentativa, e deragliare questa tensione in una direzione o nell’altra rischia di snaturare l’istituto della democrazia parlamentare in sé: se un politico deve fare ciò che i suoi elettori vogliono, prendendo per buona una versione hard del vincolo di mandato, perché tenere in piedi l’istituto della rappresentanza tout court? Inoltre, a chi deve mostrare fedeltà il parlamentare: agli elettori di tutta la nazione o solo a quelli di quel collegio? E’ una fedeltà individuale o al partito che di quel programma si incarica di portare avanti i punti (tralasciamo le decisioni extra-programma di partito)? A essere messe in dubbio sarebbero anche le necessità del compromesso politico nonché la possibilità del dibattito: di cosa discutere, se la decisione è già presa prima nelle urne. E se le promesse elettorali fossero immorali, o pericolose? E se il parlamentare venisse a conoscenza di fatti nuovi? Inoltre: se il rispetto della volontà popolare portasse a una scelta che si rivelasse successivamente sbagliata, il parlamentare potrebbe tranquillamente lavarsene le mani e ritenersi privo di responsabilità (svanirebbe così la funzione di controllo della rielezione, a meno che non si teorizzi, oltre alla deresponsabilizzazione dell’eletto, anche la totale deresponsabilizzazione dell’elettorato). E così via.

Sebbene non tutte, molte di queste domande, però, costituirebbero una critica naïve dal punto di vista grillino: un’eventuale obiezione, infatti, si baserebbe sulle potenzialità della rete, cioè sull’accresciuta possibilità dei cittadini di informarsi, di dibattere, di porre questioni da diversi punti di vista, insomma di dare il via a un processo deliberativo che, per via di accresciute capacità cognitive dovute alle possibilità della rete di convogliare diversi punti di vista e una molteplicità di informazioni, dovrebbe produrre proposte o decisioni informate e ipso facto buone. Benché siano da vedere con favore pratiche deliberative che riescano coinvolgere il maggior numero di competenze e che diano maggiore legittimità democratica alle decisioni politiche, vincolare in Costituzione il parlamentare a decisioni altrui sarebbe però veramente eccessivo.

Innanzitutto, prendere una decisione perché “il popolo lo vuole” è semplicistico oltre che eccessivamente ottimista: non viene accettata nelle teorie economiche la possibilità che ogni singolo agente di mercato agisca in maniera ottimamente razionale (è già tanto che agisca mediamente in maniera accettabilmente razionale), non si vede perché si debba adottare una simile concezione del cittadino nell’ambito dell’arena politica. In secondo luogo, si sovrastima il potere “salvifico” del web, tra i cui contenuti troviamo tutto e il contrario di tutto e tra i cui fruitori esistono comunque persone dalle competenze, intelligenze, sensibilità ed interessi tra i più disparati. E’ ovvio a qualsiasi persona ragionevole che tale problema di competenze e conoscenze esiste anche in un sistema rappresentativo di tipo classico; allo stesso tempo, però, vediamo come ci si trovi di fronte a due concezioni di democrazia equivalenti da questo punto di vista, poiché non si risolve in maniera netta e decisiva il problema della competenza e della moralità nelle istituzioni e perché la legittimazione dovuta alla consultazione popolare su singole decisioni e l’accountability del singolo deputato o senatore sono tenute salve anche da versioni soft di quella democrazia deliberativa di cui sopra, senza necessità di abolire il divieto di vincolo di mandato. E allora, perché preferire tale divieto?

Il problema è il portato totalizzante dell’abolizione di qualsiasi intermediazione istituzionale e politica, la strada aperta che lascia a populisti e demagoghi della peggior specie (e qui non si sta nemmeno sostenendo che Grillo lo sia, è un riferimento in generale), nonché l’abolizione del parlamento inteso come luogo di dibattito pubblico, sperabilmente informato ma necessariamente libero, dove appunto spiegare le diverse posizioni di cui i parlamentari si fanno portatori in coscienza e non perché vincolati da decisioni della massa. Non sappiamo nemmeno quale sarebbe l’impatto di tale abolizione su quella preziosissima cosa che è la divisione dei poteri e sui famosi checks & balances.

Non voglio ricorrere ad una reductio ad Hitlerum per quel riguarda la volontà dell’elettorato, né alle lontane elaborazioni teoriche (lontane nel tempo, ma per molti versi attuali) di Alexis de Tocqueville sulla tirannia della maggioranza in riferimento alle suggestioni di democrazia diretta radicale portate avanti da Grillo e Casaleggio. E’ che pensare a parlamentari che si limitano a ratificare decisioni altrui fa venire in mente gli spingitori di bottoni e quella vecchia boutade berlusconiana sui voti da delegare ai capigruppo (e qui c’è da limitarsi a qualche risata), ma soprattutto, più seriamente, a parlamenti svuotati di qualsiasi reale funzione di dibattito e di controllo, a parlamenti in cui nessuno si alzi per dire no pur sapendo che sarebbe la cosa giusta da fare. Roba che è già successa nella storia di questo paese, tra l’altro.

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