La partita elettorale del delfino di Almirante

Gianfranco FiniUn piccolo episodio accaduto durante l’ultima conferenza stampa di Mario Monti, quella in cui ha presentato le liste in appoggio al suo programma politico: ad un certo punti gli arriva un bigliettino e, dopo averlo letto, afferma di essersi dimenticato di citare Futuro e Libertà e, in particolare, Benedetto Della Vedova. Poiché in realtà aveva già citato l’ex radicale parlando dei presenti all’incontro in cui si è decisa la presentazione di liste elettorali montiane, suppongo che la dimenticanza sia più che altro collegata al partito guidato dal presidente della Camera. Poiché le anticipazioni degli ultimi giorni parlavano della presentazione di una lista dei finiani in coalizione – ma separatamente – rispetto all’UDC e alla lista Monti, credo di aver capito che la terza testa del tridente a supporto del premier sia proprio Futuro e Libertà.

Visti gli scarsi – ma scarsi! – risultati elettorali di FLI (dalla sua nascita, più di due anni fa, spesso non si è nemmeno presentata in numerosi elezioni locali di una certa rilevanza) e dalle basse cifre dei sondaggi, mi è capitato di leggere su Twitter (e non mi meraviglierei di leggerne altre sulla stampa nei prossimi giorni) alcune ironie sul fatto che Gianfranco Fini, dopo tanti anni, si prepari a lasciare il parlamento. Io non è che sia un sostenitore di FLI – ammetto di avere avuto un leggerissimo e discretissimo interesse durato mezz’ora (vabbé, sarò onesto, due o tre mesi, ma non di più) a cavallo tra 2010 e 2011, scemato di fronte a certi personaggi di primo piano del partito e per via del profilo social conservative che il movimento si è dato, eccezioni a parte – ma penso che, visti i meccanismi del porcellum e numeri dei sondaggi alla mano, una certa Schadenfreude non sia molto fondata.

Occupandoci della Camera dei deputati, per una lista coalizzata con altre ci sono due modi per acquisire seggi: nel caso in cui la coalizione non superi il 10%, la lista deve raggiungere da sola il 4%, mentre, nel caso la soglia di coalizione sia raggiunta, lo sbarramento è per tutti i partiti che raggiungono il 2% più il “miglior perdente”, cioè la migliore delle liste al di sotto della soglia. Il meccanismo del “miglior perdente” è quello che nel 2006 permise l’ingresso alla Camera di parlamentari della lista Nuova DC-Nuovo PSI per la coalizione di centrodestra e dell’UDEur per la coalizione di centrosinistra, mentre nel 2008 assegnò seggi al Movimento per l’Autonomia, sempre per il centrodestra.

Nel caso della coalizione centrista, tutti i sondaggi la danno, senza precisare l’esistenza di una lista chiamata Agenda Monti, attorno al 10% – sulla soglia, quindi – e dicono che risulterebbe accresciuta da un eventuale intervento diretto di Mario Monti (alcuni dicono fino a farle raddoppiare i consensi in termini percentuali, addirittura). Gli ultimissimi sondaggi (esclusi quelli ultra-ottimisti di cui prima), inoltre, non stanno ancora registrando i primi impatti della «salita» di Monti nell’agone politico, ma, invece, subiscono ancora l’effetto della maratona televisiva di Silvio Berlusconi. Poniamo, quindi, due ipotesi: che il centro raggiunga in maniera più o meno agevole la soglia del 10% e che non ci siano cataclismi per quel che riguarda i dati dei due partiti che presenteranno il proprio simbolo.

L’UDC, per dire, sta ultimamente registrando i suoi peggiori risultati nel consenso nei sondaggi dell’ultimo decennio, sotto il 5%, ma sopra il 2% di coalizione. FLI galleggia sul 2%, in pericolo, mentre la lista Monti, tutta da definire, che imbarcherebbe la fondazione di Montezemolo, pezzi dell’associazionismo e del sindacalismo cattolico, alcuni dei ministri tecnici in carica e transfughi di destra e sinistra, dovrebbe essere il valore aggiunto e quella che raccoglie i consensi di chi più genericamente sostiene l’attuale premier. Quanto le diamo? SWG più di un mese fa le attribuiva l’8,5%, mentre un paio di settimane fa il 15,4% come lista unica di tutto il centro montiano. Diciamo, quindi, una cifra tra il 5% e il 10%. In un contesto del genere, anche in caso di risultato moderatamente deludente dell’UDC, Futuro e Libertà sarebbe comunque nella peggiore delle ipotesi l’unica lista sotto il 2% e quindi avente diritto ad avere, seppure pochi, parlamentari a Montecitorio. Considerando che probabilmente Fini sarà capolista ovunque o in regioni forti, è facile prevedere la sua permanenza nel ruolo da parlamentare. La scommessa, quindi, è tutta lì, nel 10% che ad oggi sembra un obiettivo più probabile piuttosto che no.

Chi pensava che sarebbe stato più proficuo presentare un unico simbolo sulla scheda, forse non ricorda l’esempio fallimentare della sinistra radicale del 2008, dei radicali e socialisti nel 2006 e di tanti altri casi nella storia della Repubblica.

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