La democrazia dei partiti senza democrazia

LeadershipNelle ultime settimane – diciamo pure negli ultimi mesi – sono andato pensando a come comportarmi in vista delle prossime elezioni. Tendenzialmente, io sono uno che a votare ci va quasi sempre: diserto strategicamente alcune consultazioni referendarie per motivazioni legate al quorum (e questo ad alcuni di voi sembrerà discutibile, ed in effetti lo è: non sono mica così sicuro di aver fatto la scelta giusta in tali casi), ma cerco sempre di scegliere un candidato, una lista, un partito in ogni occasione. Riepilogando, tutta la mia storia elettorale si riassume in un’oscillazione tra FI/PdL (più spesso) e le varie liste radicali (qualche volta); mi ricordo inoltre di aver votato nel mio paese una lista civica di centrosinistra, con candidato sindaco della Margherita – noto preoccupandomi che ho buona memoria per queste cose.

Senza fare qui, ora e in poche righe la storia del decennio berlusconiano passato, mi sono messo in mente che uno dei tanti motivi del fallimento del centrodestra nella seconda repubblica è stato il suo tratto costitutivamente padronale e lideristico. Per come la vedo io, la libera discussione è un elemento fondamentale per il benessere di qualsiasi società per via di un fatto essenzialmente epistemico prima ancora che morale: per metterla in breve, nessuno può mai dire di avere ragione su tutto, e un qualsiasi luogo di dibattito, un’arena, un colloquio tra conoscenti implica la forte possibilità che qualcuno dica «Guarda che hai torto!», che si presentino disaccordi lievi oppure forti ed evidenti. Ciò non implica che l’altra persona, l’altra fazione, l’altro gruppo abbia oggettivamente torto, bensì implica l’ovvio riconoscimento che la conoscenza umana è fallibile, che nessuno possiede la risposta giusta a prescindere (benché ciò non escluda il fatto che l’abbia dopo attento studio e scrupolosa analisi), che ogni idea, teoria, decisione ha bisogno di essere testata, di un certo grado di corroborazione per poter mostrare un certo livello di ragionevolezza e adesione alla realtà, e che insomma un certo livello di modestia epistemica, conoscitiva e quindi decisionale è in questa ottica doverosa per ogni individuo o per ogni gruppo di individui che si trovi a dover compiere una scelta e a determinare un criterio. Quanto tutto ciò sia in contraddizione con la prassi di un partito politico in cui alla fine della fiera c’è un punto fermo indiscutibile, un leader mai messo in discussione né che è possibile mettere in discussione, è talmente ovvio che credo non ci sia nulla da spiegare. Insomma, si può pure concedere che una singola, eccezionale decisione possa essere frutto dell’intuizione di un genio, ma un’attività di governo lunga un decennio avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più di un soggetto politico che ancora oggi, dopo ben due decenni di esistenza, dà la sensazione di essere solamente la filiazione di un Uno da cui tutto emana e a cui tutto torna.

Questo, quindi è stato per me uno dei problemi fondamentali della politica dell’ultimo decennio. Uno dei criteri che mi pongo, quindi, è il seguente: non voterò più un partito che non dia luogo a livelli accettabili di dibattito libero e razionale, non solo sulle idee, sui programmi e sulle decisioni concrete, ma anche sulle persone che ne occupano ruoli di una certa rilevanza. Insomma, potrei votare solo un partito le cui posizioni di vertice siano contendibili da altri militanti, iscritti o dirigenti di livello inferiore attraverso meccanismi decisionali sostanzialmente democratici, equi, noti e prestabiliti.

Ora, l’errore che si potrebbe fare è quello di pensare che solo il PdL soffra di questo problema: in realtà, con una rapida carrellata, potremmo notare che tutti i partiti e i movimenti principali che si presenteranno alle prossime elezioni soffrono di questo deficit democratico interno, a parte un paio. Uno è Rifondazione Comunista, partito agonizzante in termini numerici rispetto ai fasti di cinque o quindici anni fa, ma che comunque mantiene una sua dialettica interna e ha un segretario eletto in un regolare congresso contro una consistente minoranza (che poi il capo di questa minoranza non abbia resistito alla sconfitta e nel giro di pochi mesi si sia fatto un partito tutto suo è un altro paio di maniche). L’altro, decisamente più votabile dal mio personalissimo punto di vista, è il Partito Democratico. La mia scelta, quindi, a questo punto già sembra molto ristretta, quasi determinata.

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