Un governo che fa marketing

Mario Monti ed Elsa ForneroSe uno ricapitola la politica economica del governo Monti in pochi punti, esce fuori quanto segue: prima di tutto, c’è il cosiddetto “Cresci-Italia”, tutto fatto di tasse più riforma delle pensioni, poi ci sono gli interventi sulle liberalizzazioni e su semplificazione e sviluppo, e in questi giorni sta alla fine venendo alla luce la proposta di riforma del mercato del lavoro.

Il primo intervento è stato fatto nell’emergenza dei conti pubblici dello scorso novembre (e non ancora finita) e quindi è comprensibile se non addirittura giustificabile, così come la riforma delle pensioni che, a parte alcuni aspetti pur discutibili, nella sostanza ha finalmente definito il passaggio totale (a  mio avviso sacrosanto) al sistema contributivo.

Per quel che riguarda gli altri due provvedimenti, penso che già al momento della loro presentazione si fossero rivelati inferiori alle attese; è poi successo che nel passaggio parlamentare siano stati decisamente depotenziati (vedi tassisti, vedi Rc auto, vedi avvocati e vedi altre cose che ora non sto a ricordare).

Infine, c’è la riforma del mercato del lavoro (di cui abbiamo solo la presentazione in conferenza stampa da parte del premier e del ministro del Lavoro e una bozza) che, a quanto pare, non semplifica le tipologie contrattuali esistenti, non passa a un sistema di sostegno economico al lavoratore veramente universale, mantiene in vita il dualismo del mercato, aumenta il cuneo fiscale e tocca l’articolo 18 in una maniera che farà felici soprattutto gli avvocati del lavoro. A me sembra che in realtà i punti centrali di questa futura riforma siano soprattutto politici: l’abbattimento del tabù dell’articolo 18, non più intangibile, e la rottura con la Cgil. In altre parole, quello che voglio dire è che il governo sembra stia offrendo ai mercati – alle cui turbolenze siamo esposti – la testa della Camusso in cambio di una maggiore benevolenza, come segno della possibilità di cambiamento dell’Italia e come operazione utile al restyling dell’immagine del paese in corso da novembre, pur in presenza di una riforma che – ripeto: per quel che ne sappiamo finora – in realtà tocca tanti aspetti senza intaccare e corrodere i problemi del lavoro (almeno di quelli pubblicamente identificati dal ministro Fornero e dal presidente Monti). Allo stesso tempo, la rottura della Cgil è stata pagata con il cedimento alle richieste degli altri sindacati (vedi cassa integrazione, vedi il balbettio sull’applicabilità al pubblico impiego e la promessa della Fornero – secondo quanto riferito da Bonanni – di non toccare la disciplina del licenziamento individuale dei dipendenti pubblici) che pare stiano rendendo la riforma inefficace, o non rispettosa dei principi che la vogliono ispirare.

Sembra una partita a poker, in cui il governo ai mercati e ai partner internazionali fa credere di avere in mano carte (liberalizzazioni, lavoro, welfare) che in realtà non ha. In pratica, un bluff. E tutto questo, come direbbe Stanis La Rochelle, è molto italiano. Pure troppo.

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