Coltivo da un po’ l’idea che questi tempi, in particolare nella nostra Italia, non siano adatti a condurre l’individuo a realizzare se stesso nell’ambito di un ruolo pubblico: il raggiungimento di una vera e propria felicità, della tranquillità dell’anima, può avvenire solo in mura ristrette che però non si devono ridurre alla forma del clan o della famiglia.
L’inettitudine riformatrice delle nostre classi dirigenti, unita alla visione che ci si para davanti di un mondo che corre e di masse che progrediscono (da qui la voglia, di molti che possono, di cambiare aria), ci sta consegnando un paese in cui l’intervento di ciascuno per il miglioramento della realtà esistente è marginale se non addirittura inutile, riducendo il rapporto tra politica e vita privata alla sterilità ed alla incompatibilità: perché partecipare se sono costretto a ridurmi all’adozione del pensiero altrui nel migliore dei casi, o ad arruolarmi nella tribù sotto il campanile nel peggiore?
La reazione a questa rottura, per quel che mi riguarda e per quel che vedo, potrebbe essere paragonabile a quella di più di duemila anni fa di fronte alla crisi della polis e, quindi, della proposta etica dei vari Socrate, Platone, Aristotele, comunque inquadrata, nella specificità di ognuno, dentro il quadro della città greca. Ciò che viene dopo tale crisi, cioè l’insieme delle filosofie ellenistiche, ha la pretesa di rispondere alla frattura tra l’interiorità dell’individuo e del mondo esterno portata dall’invasione macedone, dalla nascita dei regni successivamente al 323 a.C. (morte di Alessandro), dalla diffusione della cultura greca nel mondo e dal tentativo di fusione tentato rispetto alla sua eredità dalla conquistatrice Roma.
La felicità delle filosofie ellenistiche passa dalla dimensione esterna a quella interna, senza più ottimistica fiducia di cambiare il mondo, attraverso la costruzione di soteriologie che puntano alla salute, al riequilibrio dell’anima. Secondo la soluzione epicurea, ad esempio, bisogna conoscere ed applicare in modo non equivoco i pochi principi della fisica e dell’etica di Epicuro, cui si può arrivare attraverso diversi livelli comunicativi: quello alto e complicato del trattato Sulla natura, o quello piano, semplice e condensato delle Epistole e delle Massime.
A differenza di quel che avrebbe potuto pensare Platone (per cui la scrittura era un male perché rischiava di finire nelle mani di tutti), la scelta divulgativa epicurea è, prima che scientifica, culturale e filosofica, poiché Epicuro è realmente convinto di portare agli uomini una sorta di messaggio di salvezza, con intento di orizzontalità e semplicità del vivere filosofico (tant’è che nel Giardino entrano tutti, anche le donne) e il cemento che tiene il tutto è la filìa: «La medesima persuasione che ci incoraggiò a credere che nessun male è eterno o lungamente duraturo ci fa anche ritenere che la sicurezza più grande che si attui nelle cose finite è quella dell’amicizia». Ovviamente nei limiti della nostra esistenza, la felicità è raggiungibile, non bisogna rinchiudersi in sé ma avere a che fare con gli altri, seppur non nell’ampiezza della polis e nella partecipazione politica, bensì nella stretta cerchia degli amici, che da un lato è aperta a tutti (previa applicazione e accettazione dei principi del maestro) e dall’altro lato si rivela una cornice resistentissima.
Pubblicato da Corrado
Io l’avevo capita così: il Partito democratico nasce per fondere diverse culture politiche riformiste ed i rispettivi elettorati e classi dirigenti, e sceglie i propri candidati attraverso elezioni primarie. L’attuale dirigenza del partito, poi, vuole mettere un po’ tra parentesi le primarie (in effetti, i meccanismi congressuali del Pd rischiano di portare a decisioni popolari che smentiscono quelle degli iscritti che si fanno il mazzo tutti i giorni) ma non vuole certo cestinarle in toto.
L’Inter ha vinto meritatamente questo derby. Ha ragione Mourinho: anche in sette la sua squadra avrebbe vinto, perchè l’incapacità di sfondare dei rossoneri e la caparbietà tattica e l’ardore dei nerozzuri danno un unico risultato matematico, cioè la vittoria dei primi in classifica. L’Inter è più forte, e non ci sarebbe nulla da aggiungere se non fossimo nell’era del calcio ripulito dai magheggi di Moggi e dei suoi emuli.
Arrivare a questa partita con soli sei punti di svantaggio (virtualmente tre) è miracoloso: una squadra in smantellamento, tatticamente confusa, senza terzini e con una rosa indebolita dalla cessione più illustre, ha messo in fila tutta una serie di risultati utili consecutivi – Palermo a San Siro a parte – fino ad arrivare ad un secondo posto quasi indiscusso, ad un passo dalla squadra che ha vinto gli ultimi quattro campionati.
Se ultimamente scrivo poco in questo mio nuovo blog, i motivi sono essenzialmente tre: 